Pagine

venerdì 15 marzo 2019

Cosa posso fare io?


Qui di seguito propongo la testimonianza che don Franco Marton scrisse anni fa e che ebbi modo di inserire nel libro "Condannati a vivere" (pp. 49-51).


Cosa posso fare io?di don Franco Marton


Dalla bella intervista a don Pietro Zardo prendo lo spunto per una domanda provocatoria: di fronte a fatti che contraddicono il Vangelo, i cristiani devono parlare o tacere? Scrivo queste riflessioni nei giorni d'agosto del 2009, in cui le carceri scoppiano per il sovraffollamento e i barconi di immigrati continuano a colare a picco. Sugli immigrati si sono sentite parole di denuncia sulla disumanità e ostilità delle nostre leggi. da parte di vescovi e, meno nette, da parte di comunità cristiane. ma sulle carceri la comunità cristiana nel suo insieme è silenziosa, anche se il problema si fa drammatico. Perché? C'è una resistenza profonda è sorda dei cristiani a farsi carico dei carcerati. Viene da lontano. Nei caldi anni Settanta frequentavo il carcere minorile di Santa Bona, perché in quel quartiere stavamo costruendo una parrocchia. Un metodo frequente di protesta dei detenuti era di salire sul tetto del carcere con degli striscioni e restarci giorni, anche d'inverno. La gente passava, li vedeva e... s’indignava contro di loro! Tanto che i ragazzini del catechismo, invitati da noi a raccogliere le espressioni che circolavano in casa sui carcerati, ci riportavano racconti raccapriccianti. Informata la parrocchia, nascevano tensioni e conflitti con l'accusa ai preti di essere, come i comunisti, dalla parte dei delinquenti. Il Vangelo faticava a passare, come oggi. Perché? I cristiani continuano ad assorbire, con triste passività, i luoghi comuni che li circondano: “hanno sbagliato, che paghino”, “in carcere stanno come in un albergo”, “i giudici sono troppo buoni…”. A guidare la disinformazione sono la televisione e la maggior parte dei giornali. A darle successo è la diffusa “acriticità”, che non fa onore a chi secondo il Vangelo dovrebbe essere il “figlio della luce” e “astuto come serpente”.
All'interno di questa deriva culturale i cristiani non sembrano vedere più ciò che è essenziale al Vangelo.  Si accontentano spesso di stanchi riti da cui viene accuratamente tenuta fuori la storia è la vita.  davanti ai mille uomini “mezzo morti” che sbarrano loro la strada (carcerati, ma anche stranieri, affamati…) preferiscono passare oltre come gli uomini del culto della parabola del Samaritano: non hanno più il coraggio di fermarsi e prendersi sulle spalle i feriti. Ma “fare come ha fatto il Samaritano” per Gesù è decisivo se si vuole avere la vita, anche quella definitiva. “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi” è parola vincolante di Gesù per entrare nel suo regno. Non è facoltativa. Rifiutare di “visitare” i carcerati equivale a venir allontanati da Lui per sempre. L'obiezione più corrente è: ma cosa posso fare io? Non si vede, ad esempio, l'importanza del “fare opinione pubblica” accogliente verso il carcerato, del far circolare idee di giustizia e di benevolenza, del far credito all'impegno politico, del costruire una cultura rispettosa della dignità di ogni uomo e solidale con i problemi del carcere…  E questo lo possiamo fare tutti: dai genitori ai politici.
I responsabili delle comunità cristiane hanno poi un dovere: far riscoprire alle loro comunità l'urgenza della “profezia”, del parlare in nome del Vangelo, aiutandole anche a superare i conflitti che su questo tema nascono inevitabilmente.  La paura di dividere la comunità spesso fa scegliere colpevolmente il silenzio.  Ma forse c'è una radice nascosta di questo imbarazzo cristiano davanti ai carcerati. Abbiamo fatta nostra un'idea di “merito” che è anti evangelica. Crediamo che le nostre “opere buone” siano frutto esclusivo della nostra bontà e devono venir ricompensate dal Signore e anche dalla società, mentre le “opere cattive” dei carcerati sono frutto della loro cattiveria personale e devono essere punite dal Signore e dalla società. I meriti vanno premiati, le colpe punite.
 So bene che il discorso è complesso, ma non dalla parte del Vangelo: col carcerato, anche se colpevole, il Signore si è identificato. E la giustizia senza misericordia, non è la giustizia di Dio.  E non può essere la giustizia dei suoi figli, i quali, se vogliono incontrare il Signore, dovranno necessariamente, in un modo o in un altro, passare anche attraverso il carcerato portatore di una sua misteriosa ma reale presenza.




martedì 9 gennaio 2018

giovedì 13 aprile 2017

Giovedì Santo, papa Francesco incontra i detenuti


Da Televideo rai

PAPA: LAVANDA DEI PIEDI
 RICORDA AMORE DI GESU'

 "Il capo della Chiesa è Gesù, il Papa è
 la figura di Gesù e io vorrei fare     
 quello che ha fatto lui.Il parroco lava
 i piedi ai fedeli, la situazione si ca-
 povolge:quello che sembra il più grande
 deve fare il lavoro di schiavo, ma per 
 seminare amore".Così Francesco a propo-
 sito della lavanda dei piedi,effettuata
 a 12 detenuti, tra cui 3 donne e un i- 
 slamico, nel carcere di Paliano (FR).  

 "Questa cerimonia non è folclore, è un 
 gesto per ricordare quello che ha fatto
 Gesù",dice Bergoglio. "Siamo tutti pec-
 catori, abbiamo limiti e difetti. Tutti
 sappiamo amare, ma non come Dio che ama
 senza guardare le conseguenze". Il Papa
 ha incontrato 2 reclusi in isolamento. 

lunedì 27 marzo 2017

Un ragazzo come tutti gli altri? Non credo proprio!


Sulla stampa locale leggo un articolo che riguarda la barbara uccisione di una ragazza colpevole di essere incinta.

A lasciarmi sconvolto non sono solo le modalità dell'omicidio, ma le parole dell'avvocato del ragazzo, il quale si è dichiarato colpevole della morte della sua ex fidanzata.

Nell'articolo si legge:

[il ragazzo ha] "raccolto una pietra da terra e ha colpito Irina alle spalle con tutta la forza che aveva. Poi si è accanito su di lei e l’ha finita soffocandola, preoccupandosi di nascondere il corpo sotto ramaglie e fogliame. Prima di andarsene le ha strappato la collana d’oro che portava al collo, ha venduto il gioiello a un “Compro oro” ed è andato a giocarsi i soldi ai videopoker. Il giorno dopo è andato a scuola come se niente fosse. Al termine dell’interrogatorio l’avvocato [cognome] ha chiesto al giudice di valutare la possibilità di cambiare la misura cautelare e di mandare il ragazzo agli arresti domiciliari". 
"È un ragazzo di 18 anni come tanti altri, spiega l’avvocato [cognome], è ancora sotto shock e davanti al giudice si è mostrato pentito".

Affermare che questo giovane è un ragazzo come tanti altri lo trovo assurdo e inaccettabile, così come assurda e inaccettabile è la richiesta di avere gli arresti domiciliari.

martedì 21 marzo 2017

Aumenta il numero dei detenuti nelle carceri italiane

Nelle carceri italiane i detenuti continuano ad aumentare: da 54.632 del 31/12/2016 a 55.713 di febbraio 2017. 

Anche se questo dato è impressionante, bisogna evitare di farsi condizionare dall'idea che per diminuire i reclusi occorre depenalizzare certi reati, come quelli relativi a certi stupefacenti. 

Piuttosto occorre avviare delle serie espulsioni per gli stranieri che commettono reati legati al traffico di stupefacenti e di armi. 

Occorre rivedere anche certe norme che fanno sì che non pochi delinquenti utilizzino i figli minori come "scudo" per evitare l'espulsione.

lunedì 20 marzo 2017

Giovani spacciatori e carcere minorile

Premesso che considero disumano chi afferma che bisogna lasciare in mare le persone che cercano di arrivare in Italia a bordo di natanti di fortuna, ritengo che occorra mandare via dal nostro Paese gli stranieri che sono coinvolti nello spaccio di stupefacenti.
Chi conosce la realtà degli "Istituti penali dei minorenni" sa che molti ragazzi lasciano la propria terra col deliberato proposito di venire da noi per delinquere: minori che nel giro di poche settimane dal loro sbarco in Sicilia si trovano già per strada a vendere droga e a incassare soldi che mai avrebbero visto nel loro villaggio di origine. Denaro che la criminalità utilizza per altri traffici illeciti e che i ragazzi - novelli spacciatori - sperperano per acquistare beni di lusso e per "pagarsi" la ragazzina italiana.
L'arresto di questi ragazzi da parte delle Forze dell'Ordine e la conseguente esperienza della detenzione negli istituti penali non serve praticamente a nulla: nonostante la manifestazione del proposito di non spacciare più, la strada della droga torna ad essere percorsa appena riacquistano la libertà varcando l'uscita del cancello del "carcere". Troppi sono, infatti, i soldi che si incassano con gli stupefacenti e a poco o nulla serve proporre a questi giovani un lavoro di apprendistato: a che serve alzarsi presto la mattina per lavorare otto ore, sporcarsi e guadagnare in un mese quello che invece si può ottenere con pochi giorni di spaccio?
Di queste cose ne parlavo proprio ieri a Padova, ad un incontro promosso dalla parrocchia di San Giovanni Battista in via Pontevigodarzere, e concludevo dicendo che per questi ragazzi che vengono in Italia col deliberato proposito di spacciare, occorre, dopo l'esperienza del carcere minorile, riaffidarli alle Autorità del loro Paese di origine - come Marocco e Tunisia - affinché ritornino nel loro villaggio e chiudano definitivamente la loro esperienza nel nostro Paese.


http://www.youcanprint.it/scienze-sociali/scienze-sociali-studi-sui-minori/liberi-reclusi-storie-di-minori-detenuti-9788891199454-ebook.html

sabato 25 giugno 2016

Dio è anche dietro le sbarre

Oggi pomeriggio mi è capitato sottomano un appunto preso qualche anno fa, dopo una conversazione con don Pietro Zardo in merito alla realtà del carcere di Treviso...: "Più che atei, in carcere ho conosciuto gente che si trova dispersa, che non è interessata a cercare, che è indifferente a tutta una serie anche di altre cose da un punto di vista di umanità. C'è poi una grossa fetta che ha una percezione “magica” del trascendente, penso ad esempio alla popolazione rom. Un senso vago di un Dio che può punire, e che è uguale per tutti, ma non è sentita dentro profondamente come esperienza personale. Questo rende difficile un dialogo religioso. Pensando ai carcerati di fede islamica, poi, c'è da dire che nella tradizione musulmana non c'è la cura di chi ha sbagliato. Il reo viene tagliato fuori e reintegrato nella comunità soltanto una volta scontata la pena. Ci sono celle dove il tema religioso non viene assolutamente toccato, altre dove ci si confronta tra religioni diverse in maniera serena e pacata, e quando i musulmani si trovano la sera a pregare, i cattolici spengono la televisione in segno di rispetto, e anche viceversa".