Pagine

martedì 21 marzo 2017

Aumenta il numero dei detenuti nelle carceri italiane

Nelle carceri italiane i detenuti continuano ad aumentare: da 54.632 del 31/12/2016 a 55.713 di febbraio 2017. 

Anche se questo dato è impressionante, bisogna evitare di farsi condizionare dall'idea che per diminuire i reclusi occorre depenalizzare certi reati, come quelli relativi a certi stupefacenti. 

Piuttosto occorre avviare delle serie espulsioni per gli stranieri che commettono reati legati al traffico di stupefacenti e di armi. 

Occorre rivedere anche certe norme che fanno sì che non pochi delinquenti utilizzino i figli minori come "scudo" per evitare l'espulsione.

lunedì 20 marzo 2017

Giovani spacciatori e carcere minorile

Premesso che considero disumano chi afferma che bisogna lasciare in mare le persone che cercano di arrivare in Italia a bordo di natanti di fortuna, ritengo che occorra mandare via dal nostro Paese gli stranieri che sono coinvolti nello spaccio di stupefacenti.
Chi conosce la realtà degli "Istituti penali dei minorenni" sa che molti ragazzi lasciano la propria terra col deliberato proposito di venire da noi per delinquere: minori che nel giro di poche settimane dal loro sbarco in Sicilia si trovano già per strada a vendere droga e a incassare soldi che mai avrebbero visto nel loro villaggio di origine. Denaro che la criminalità utilizza per altri traffici illeciti e che i ragazzi - novelli spacciatori - sperperano per acquistare beni di lusso e per "pagarsi" la ragazzina italiana.
L'arresto di questi ragazzi da parte delle Forze dell'Ordine e la conseguente esperienza della detenzione negli istituti penali non serve praticamente a nulla: nonostante la manifestazione del proposito di non spacciare più, la strada della droga torna ad essere percorsa appena riacquistano la libertà varcando l'uscita del cancello del "carcere". Troppi sono, infatti, i soldi che si incassano con gli stupefacenti e a poco o nulla serve proporre a questi giovani un lavoro di apprendistato: a che serve alzarsi presto la mattina per lavorare otto ore, sporcarsi e guadagnare in un mese quello che invece si può ottenere con pochi giorni di spaccio?
Di queste cose ne parlavo proprio ieri a Padova, ad un incontro promosso dalla parrocchia di San Giovanni Battista in via Pontevigodarzere, e concludevo dicendo che per questi ragazzi che vengono in Italia col deliberato proposito di spacciare, occorre, dopo l'esperienza del carcere minorile, riaffidarli alle Autorità del loro Paese di origine - come Marocco e Tunisia - affinché ritornino nel loro villaggio e chiudano definitivamente la loro esperienza nel nostro Paese.


http://www.youcanprint.it/scienze-sociali/scienze-sociali-studi-sui-minori/liberi-reclusi-storie-di-minori-detenuti-9788891199454-ebook.html

sabato 25 giugno 2016

Dio è anche dietro le sbarre

Oggi pomeriggio mi è capitato sottomano un appunto preso qualche anno fa, dopo una conversazione con don Pietro Zardo in merito alla realtà del carcere di Treviso...: "Più che atei, in carcere ho conosciuto gente che si trova dispersa, che non è interessata a cercare, che è indifferente a tutta una serie anche di altre cose da un punto di vista di umanità. C'è poi una grossa fetta che ha una percezione “magica” del trascendente, penso ad esempio alla popolazione rom. Un senso vago di un Dio che può punire, e che è uguale per tutti, ma non è sentita dentro profondamente come esperienza personale. Questo rende difficile un dialogo religioso. Pensando ai carcerati di fede islamica, poi, c'è da dire che nella tradizione musulmana non c'è la cura di chi ha sbagliato. Il reo viene tagliato fuori e reintegrato nella comunità soltanto una volta scontata la pena. Ci sono celle dove il tema religioso non viene assolutamente toccato, altre dove ci si confronta tra religioni diverse in maniera serena e pacata, e quando i musulmani si trovano la sera a pregare, i cattolici spengono la televisione in segno di rispetto, e anche viceversa".

martedì 29 marzo 2016

Villorba, La comunità parrocchiale è vicina ai detenuti

Oggi a don Pietro Zardo, cappellano del carcere di Treviso, ho consegnato diversi scatoloni di materiale per l'igiene personale raccolti durante le festività pasquali nella parrocchia di Villorba a beneficio dei detenuti del carcere.
E' un segno di attenzione e di fiducia che tante persone semplici vogliono riporre in chi ora sta in una cella a "pagare" il proprio conto con la giustizia.

venerdì 13 febbraio 2015

A Vascon di Carbonera

Sono da poco rientrato da Vascon di Carbonera: in canonica ho incontrato un gruppetto di adolescenti che si sta preparando per il sacramento della Confermazione. Su invito del loro parroco ho descritto sia la realtà del carcere maggiore che dell'istituto penale dei minorenni di Treviso, e insieme ci siamo soffermati su una frase detta da un detenuto: "I soldi facili sono belli, ma durano poco". Alla fine dell'incontro i ragazzi hanno preparato una preghiera che reciteranno domenica durante la S. Messa.


venerdì 28 febbraio 2014

Dosson, La parola ai volontari

Ho ricevuto e propongo la testimonianza che segue.

Abbiamo assistito con piacere ed interesse all’incontro che Carlo Silvano ha tenuto recentemente nella parrocchia di Dosson di Casier. Attraverso la sua testimonianza ed un filmato ci ha fatto conoscere la realtà del carcere di Treviso soprattutto per quanto riguarda la struttura che ospita i maggiorenni. Noi abbiamo puntato la nostra attenzione soprattutto sulla struttura limitrofa, vale a dire l’Istituto minorile e l’abbiamo fatto in quanto volontari che sono giunti al secondo anno della loro esperienza con un progetto di lettura a favore degli ospiti dell’istituto. Possiamo dare, quindi, una breve testimonianza di come stiamo vivendo il nostro approccio con questi ragazzi.
La prima cosa che ci ha colpito, ben consapevoli della gravità dei loro comportamenti che di conseguenza li hanno portati lì, è stato comunque scoprire che si tratta di ragazzi come tanti altri che incontriamo al di fuori di quelle mura. Anzi, spesso più educati di certi loro coetanei. Abbiamo trovato di tutto, dagli analfabeti o sedicenti tali, a chi frequenta con grande profitto le scuole superiori. Purtroppo o per fortuna (meglio per loro in questo caso) la conoscenza che abbiamo di loro non è accentuata per il fatto che molti non sono lì che per brevi periodi. Del resto non è nostro compito quello di socializzare, anche se è umano, bensì quello di seminare piccoli chicchi di cultura facendo loro capire che la lettura è uno strumento potentissimo e potrebbe loro servire nel cammino della vita.



Mentre, da quello che abbiamo capito, nel carcere dei maggiorenni spesso c’è il problema di tirare sera, nella struttura minorile, ci sembra sia un rischio molto minore. I ragazzi hanno scuola la mattina ed una serie di attività pomeridiane (compreso la nostra) come ad esempio il giornalino, il laboratorio di grafica o quello di cucina, che li tengono impegnati.
Per quanto abbiamo potuto vedere poi sia gli educatori che le guardie hanno un atteggiamento molto positivo con gli stessi, trattandoli come un buon padre tratterebbe i propri figli.
Certo stiamo sempre parlando di un carcere e di ragazzi che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro errori, la libertà non ha prezzo, ma bisogna anche capire il contesto sociale dal quale vengono fuori. Spesso il concetto di male non è radicato per niente, quindi le loro azioni sono soltanto la conseguenza di una filosofia di vita che è stata loro imposta e che per loro, non avendo possibilità di un’alternativa, è l’unica con cui fare i conti. Probabilmente estrapolati da questo contesto, ed in una situazione di famiglia normale, il loro percorso di vita sarebbe stato molto diverso, visto i positivi esiti scolastici che qualcuno riesce a raggiungere.
Il detenuto che una volta uscito riesce a trovare lavoro ha una possibilità molto bassa di recidiva, motivo in più perché al di fuori ci siano strutture che possano dare un aiuto concreto a giovani che altrimenti corrono il rischio di tornare a delinquere.
E, specie con certi ragazzi che abbiamo conosciuto, questo sarebbe veramente un grosso peccato e vorrebbe dire che la società in cui viviamo ha fallito. Un motivo in più di riflessione che rilanciamo verso chiunque abbia voglia di confrontarsi con una realtà scomoda, ma pulsante dietro spesse mura di pietra.

Miriam e Pierluigi


martedì 25 febbraio 2014

Dosson, un commento di Chiara Brescacin

DOSSON - Le parole con cui Carlo Silvano ha illustrato la casa circondariale e l'istituto penale dei minorenni di Treviso e i dati forniti dal dott. Giovanni Borsato, hanno permesso all'uditorio di entrare nella realtà di una vita quotidiana reclusa; le immagini di un video hanno completato l'esperienza, rompendo il tabù di un luogo che per motivi di sicurezza sociale nasce come impenetrabile, anche alla vista.

A fronte di quanto sentivo e vedevo mi sono subito accorta che al carcere di Santa Bona collegavo solo la sua immagine esterna, percepita dalla strada o trasmessa dai media e, a differenza di altri luoghi comunitari chiusi alla vista per motivi di sicurezza - come le caserme, per esempio - non avevo mai pensato a quali attività vi si potessero svolgere, di come una persona vi trascorresse la giornata, detenuto o operatore. 

E' bastato però lanciare la proposta di discussione, grazie alla disponibilità di Silvano, per suscitare l'intervento di persone già sensibili a questo tema che desideravano condividere con altri un'esperienza di volontariato e una cura per la vita delle persone dietro le sbarre.







Queste persone sono divenute testimoni accanto a voi che l'interesse dell'opinione pubblica per i detenuti deve andare al di là del momento della condanna o dell'eventuale fuga - noi nei media sentiamo parlare soprattutto di questo, quasi che una volta dentro le mura la vita fosse sospesa o si potesse affidare in toto all'apparato statale - e affiancare gli addetti ai lavori nel percorso di difficile riabilitazione dei detenuti alla vita in società, durante e dopo la carcerazione.

Sulla strada di un dibattito pubblico sul tema che si basi su una opportuna conoscenza e sia in grado di sostenere e affrontare le effettive necessità della realtà carceraria, sicuramente l'incontro di sabato 15 febbraio ha permesso ai presenti - di certo a me - di fare un piccolo passo in avanti.

Un sentito ringraziamento, anche a nome del Gruppo Biblioteca Parrocchia di Dosson, e buon lavoro a tutti per quest'opera di sensibilizzazione!

Chiara Brescacin