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venerdì 28 febbraio 2014

Dosson, La parola ai volontari

Ho ricevuto e propongo la testimonianza che segue.

Abbiamo assistito con piacere ed interesse all’incontro che Carlo Silvano ha tenuto recentemente nella parrocchia di Dosson di Casier. Attraverso la sua testimonianza ed un filmato ci ha fatto conoscere la realtà del carcere di Treviso soprattutto per quanto riguarda la struttura che ospita i maggiorenni. Noi abbiamo puntato la nostra attenzione soprattutto sulla struttura limitrofa, vale a dire l’Istituto minorile e l’abbiamo fatto in quanto volontari che sono giunti al secondo anno della loro esperienza con un progetto di lettura a favore degli ospiti dell’istituto. Possiamo dare, quindi, una breve testimonianza di come stiamo vivendo il nostro approccio con questi ragazzi.
La prima cosa che ci ha colpito, ben consapevoli della gravità dei loro comportamenti che di conseguenza li hanno portati lì, è stato comunque scoprire che si tratta di ragazzi come tanti altri che incontriamo al di fuori di quelle mura. Anzi, spesso più educati di certi loro coetanei. Abbiamo trovato di tutto, dagli analfabeti o sedicenti tali, a chi frequenta con grande profitto le scuole superiori. Purtroppo o per fortuna (meglio per loro in questo caso) la conoscenza che abbiamo di loro non è accentuata per il fatto che molti non sono lì che per brevi periodi. Del resto non è nostro compito quello di socializzare, anche se è umano, bensì quello di seminare piccoli chicchi di cultura facendo loro capire che la lettura è uno strumento potentissimo e potrebbe loro servire nel cammino della vita.



Mentre, da quello che abbiamo capito, nel carcere dei maggiorenni spesso c’è il problema di tirare sera, nella struttura minorile, ci sembra sia un rischio molto minore. I ragazzi hanno scuola la mattina ed una serie di attività pomeridiane (compreso la nostra) come ad esempio il giornalino, il laboratorio di grafica o quello di cucina, che li tengono impegnati.
Per quanto abbiamo potuto vedere poi sia gli educatori che le guardie hanno un atteggiamento molto positivo con gli stessi, trattandoli come un buon padre tratterebbe i propri figli.
Certo stiamo sempre parlando di un carcere e di ragazzi che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro errori, la libertà non ha prezzo, ma bisogna anche capire il contesto sociale dal quale vengono fuori. Spesso il concetto di male non è radicato per niente, quindi le loro azioni sono soltanto la conseguenza di una filosofia di vita che è stata loro imposta e che per loro, non avendo possibilità di un’alternativa, è l’unica con cui fare i conti. Probabilmente estrapolati da questo contesto, ed in una situazione di famiglia normale, il loro percorso di vita sarebbe stato molto diverso, visto i positivi esiti scolastici che qualcuno riesce a raggiungere.
Il detenuto che una volta uscito riesce a trovare lavoro ha una possibilità molto bassa di recidiva, motivo in più perché al di fuori ci siano strutture che possano dare un aiuto concreto a giovani che altrimenti corrono il rischio di tornare a delinquere.
E, specie con certi ragazzi che abbiamo conosciuto, questo sarebbe veramente un grosso peccato e vorrebbe dire che la società in cui viviamo ha fallito. Un motivo in più di riflessione che rilanciamo verso chiunque abbia voglia di confrontarsi con una realtà scomoda, ma pulsante dietro spesse mura di pietra.

Miriam e Pierluigi


martedì 25 febbraio 2014

Dosson, un commento di Chiara Brescacin

DOSSON - Le parole con cui Carlo Silvano ha illustrato la casa circondariale e l'istituto penale dei minorenni di Treviso e i dati forniti dal dott. Giovanni Borsato, hanno permesso all'uditorio di entrare nella realtà di una vita quotidiana reclusa; le immagini di un video hanno completato l'esperienza, rompendo il tabù di un luogo che per motivi di sicurezza sociale nasce come impenetrabile, anche alla vista.

A fronte di quanto sentivo e vedevo mi sono subito accorta che al carcere di Santa Bona collegavo solo la sua immagine esterna, percepita dalla strada o trasmessa dai media e, a differenza di altri luoghi comunitari chiusi alla vista per motivi di sicurezza - come le caserme, per esempio - non avevo mai pensato a quali attività vi si potessero svolgere, di come una persona vi trascorresse la giornata, detenuto o operatore. 

E' bastato però lanciare la proposta di discussione, grazie alla disponibilità di Silvano, per suscitare l'intervento di persone già sensibili a questo tema che desideravano condividere con altri un'esperienza di volontariato e una cura per la vita delle persone dietro le sbarre.







Queste persone sono divenute testimoni accanto a voi che l'interesse dell'opinione pubblica per i detenuti deve andare al di là del momento della condanna o dell'eventuale fuga - noi nei media sentiamo parlare soprattutto di questo, quasi che una volta dentro le mura la vita fosse sospesa o si potesse affidare in toto all'apparato statale - e affiancare gli addetti ai lavori nel percorso di difficile riabilitazione dei detenuti alla vita in società, durante e dopo la carcerazione.

Sulla strada di un dibattito pubblico sul tema che si basi su una opportuna conoscenza e sia in grado di sostenere e affrontare le effettive necessità della realtà carceraria, sicuramente l'incontro di sabato 15 febbraio ha permesso ai presenti - di certo a me - di fare un piccolo passo in avanti.

Un sentito ringraziamento, anche a nome del Gruppo Biblioteca Parrocchia di Dosson, e buon lavoro a tutti per quest'opera di sensibilizzazione!

Chiara Brescacin




lunedì 24 febbraio 2014

Dosson, Un commento di Alessandro Gheno


In merito all'incontro di Dosson, ho ricevuto e propongo il seguente commento:

Ritengo che l'opera di informazione e sensibilizzazione della cittadinanza sulla realtà carceraria in generale, e in particolare di quella presente nel nostro territorio, sia tanto difficile quanto importante.
Le persone che vivono recluse dovrebbero essere considerate parte integrante del corpo sociale e dovrebbero poter avvertire questo. Che ciò avvenga è interesse di tutti, e non dipende certamente da una visione giustificazionista del fenomeno criminoso. Infatti, come Carlo Silvano osservava nel suo intervento, gran parte dei detenuti tornerà prima o poi in società e dovrebbe essere preoccupazione di tutti che questo ritorno avvenga in condizioni tali da favorire in loro la volontà di progettare la loro parte rimanente di vita nel 
rispetto degli altri.
Un sistema carcerario che sia in grado di consentire ai detenuti un rapporto con la società esterna contribuisce ad evitare il sorgere di dinamiche psicologiche di rabbia repressa, capaci di scatenare al termine del periodo di reclusione il ritorno a una volontà rea. Significativa in proposito ritengo sia stata l'intervista a un detenuto proposta durante l'incontro, nella quale egli esprimeva l'esigenza di sentire che nella cittadinanza non vi sia unicamente un atteggiamento di repulsione e di ostilità nei confronti dei soggetti carcerati: la percezione di un atteggiamento non prevenuto e ostile nella collettività contribuisce, a suo parere, a favorire una risocializzazione e ad orientare la persona ristretta, una volta liberata, a non vedere il mondo esterno come un nemico al quale tornare a nuocere.

Alessandro Gheno

lunedì 17 febbraio 2014

Dosson, incontro nella biblioteca parrocchiale

Sabato scorso - a Dosson (Treviso) - ho avuto modo di descrivere la realtà del carcere maggiore di Treviso e dell'istituto penale dei minorenni del Triveneto. 
Tra i punti toccati anche la proposta di "svuotare" le carceri avanzata da alcuni politici. Proposta che, a mio avviso, non si può accogliere perché se è vero che in diversi contesti le condizioni dei detenuti sono disumane, è anche vero che non esistono sul territorio idonei centri di accoglienza per i tanti reclusi, i quali, una volta liberati, tornerebbero facilmente nel circuito criminale. 
Altri punti trattati hanno riguardato la "cella" (ovvero il mondo del recluso), le sofferenze delle vittime, le privazioni dei familiari dei detenuti, nonché il ruolo dei volontari. Questi ultimi possono rendere trasparenti le mura delle carceri del nostro Paese, in quanto sono nelle condizioni di organizzare - in parrocchie e centri culturali - incontri pubblici per far conoscere la vita che si conduce nei penitenziari.



venerdì 13 dicembre 2013

Vivere la legalità


VILLORBA - Domenica 17 novembre all’incontro sul carcere minorile svoltosi a Villorba, Rosa Passarelli (rappresentante del Sindacato Autonomo della Polizia) ha spiegato ai ragazzi e a qualche genitore l’importanza della legalità, una costante della nostra vita che deve essere trasmessa prima di tutto in famiglia.
Rosa inizia subito con un appello ai giovani: “Siete voi che portate a casa il messaggio agli adulti, c’è bisogno di un messaggio positivo”. E ancora: “Siate forti del vostro credo e della vostra fede, non dovete aver paura di chi è diverso e di esprimere quello in cui credete. [...] Non dobbiamo vergognarci delle nostre origini, anzi, sarebbe costruttivo confrontarci con le culture diverse dalla nostra, oggi c’è molto bisogno di confronto”.
A Treviso sono presenti due istituti penitenziari, il carcere maschile per gli adulti e quello minorile, unico istituto per il Triveneto: in entrambi si respira una multiculturalità tra gli ospiti che deve essere quotidianamente gestita. Carlo Silvano ci racconta, con parole e video, la vita e alcune storie di questi ragazzi e uomini, ospiti degli istituti, sottolineando le difficoltà durante la detenzione, ma anche quelle di reinserimento nella vita quotidiana una volta terminata la pena.
Viene toccato anche l’argomento più attuale: il caso delle baby prostitute di Roma. Il messaggio davvero incoraggiante è di non condannare queste ragazze, ma, al contrario, di avere un atteggiamento il più positivo e costruttivo possibile. Rosa spiega infatti che sono persone che non hanno avuto nella vita un punto di riferimento forte, che dicesse loro che le scarpe firmate non sono alla pari della loro dignità. Un punto di vista davvero interessante, che probabilmente la maggior parte di noi non aveva minimamente considerato.
Rosa continua la sua testimonianza facendo un appello ai ragazzi che devono affrontare qualche problema, o che vedono qualcosa che non va intorno a loro: “Non dovete aver paura di rivolgervi a noi poliziotti, io prima di essere un poliziotto sono una donna, una moglie e una mamma. [...] Venite da noi anche per un consiglio, siete responsabili anche dei vostri amici. Le persone cattive puntano tutto sulla paura, mentre denunciare vuol dire prima di tutto essere ascoltati: da quel momento non sarete più da soli”.
Rosa ha cercato anche, e con successo, di sfatare i luoghi comuni sulla droga: le canne fanno male, e dalla canna si passa a droghe più pesanti. Le sue parole non lasciano alcun dubbio: “Non permettete ad alcuna sostanza di essere padrona del vostro cervello”.
Infine la nostra ospite ringrazia, ricordando ai ragazzi che la parrocchia è uno di quegli ambienti “cuscinetto” dove si possono commettere tanti errori, che non saranno mai, però, irreparabili.
Per tirare le somme, si è parlato di legalità, di regole, di Costituzione, di denuncia, di droga, di prostituzione. Ma sopratutto di dignità.
La nostra poliziotta ci lascia con un messaggio chiaro, che arriva dritto al cuore: “Non permettete mai a nessuno di mettere in discussione la vostra dignità”. (Isabella)

venerdì 25 ottobre 2013

Rosa Passarelli, Impariamo ad ascoltare i nostri ragazzi

Liberi reclusi ci sentiamo in molti, in questa società che lascia poco spazio a noi stessi, perché abbiamo dimenticato di ascoltare il nostro Io. Se lo ascoltassimo, impareremmo che apparire vincente ad ogni costo non soddisfa la serenità interiore e sociale, raggiungibile soltanto con la consapevolezza che la diversità è il punto di forza per vivere in armonia; capiremmo che abbiamo perso di vista i reali bisogni dell’essere umano, non curandoli fin dall’infanzia e sentendoci inevitabilmente soli ed indifesi, in un mondo che cambia velocemente.
Queste e molte altre riflessioni, hanno suscitato in me le pagine del libro di Carlo Silvano, che, attraverso le storie dei ragazzi-detenuti e le testimonianze degli specialisti che operano per loro, mi hanno fatto ripercorrere il viaggio dei miei ultimi 25 anni. Durante questo periodo ho raccolto le storie di ragazzi stranieri e italiani, cresciuti in fretta e male, col peso sulle spalle di una pubertà che non è stata affatto facile, di una vita bastarda che non ha mai concesso loro la possibilità di gioire, in una società che giudica, fa la guardona e condanna, ma che non muove un dito perché le loro vite possano cambiare.

La copertina della terza edizione del libro "Liberi reclusi. Storie di minori detenuti"

A fronte di chi si è salvato, ho visto altri che si son persi per strada, imboccando vie tortuose, le stesse descritte nel libro che invito tutti a leggere. In questi anni in veste di poliziotta del Commissariato di Conegliano e di delegato del Sindacato Autonomo di Polizia, ho svolto il mio lavoro di prevenzione e repressione e di rappresentante sindacale, credendo fermamente nel recupero di chi ha commesso un reato e convincendomi che le sorti di questi ragazzi inevitabilmente riguardano tutti noi. Noi genitori che, terminato l’orario di lavoro, facciamo rientro nelle nostre case e ci occupiamo dei nostri figli che sono loro coetanei, e che insieme a loro saranno il futuro della nostra comunità.
I Liberi reclusi descritti nel libro e che s’incontrano all’interno delle mura dell’unico Istituto penale dei minorenni del Triveneto, sono quegli adolescenti a cui son mancati punti di riferimento. Ognuno con la sua storia, raccontano di un degrado culturale ed umano, raccontano di mancanze subite, di diritti all’infanzia violati. A loro non è stata concessa la spensieratezza del gioco, che avrebbe permesso la conoscenza di se stesso, per acquisire il coraggio di mettersi in discussione, di affrontare il pericolo, di sbagliare per imparare a non farlo più, di cadere per poi rialzarsi, di gestire le proprie emozioni in positivo. A loro non è stato concesso il piacere di un focolare che avrebbe trasmesso quel calore e quel senso di protezione indispensabili per sentirsi protagonisti della propria esistenza. Ognuno di loro non ha potuto contare sul tempo che i genitori gli avrebbero dovuto dedicare, impegnati come erano a far carriera o a sbarcare il lunario.

Luisa Bonaveno, psicologa presso l'Istituto penale dei minorenni

La lettura del libro induce a riflettere su un punto: nella nostra società non c’è più tempo per l’ascolto, perché il tempo è denaro e per ascoltare si spreca tempo. Non c’è più tempo per il gioco sostituito con il regalo bello e costoso. Non c’è più tempo nemmeno di desiderare qualcosa, perché questo sentimento richiederebbe il dialogo tra genitore e figlio, e permetterebbe di comprendere che le cose si ottengono con la fatica, con la pazienza e con l’impegno, e che vanno meritate e conquistate. Ma il dialogo ha bisogno del tempo e non c’è tempo se non per se stessi.
Il ragazzino oggi è considerato una "macchina da guerra": deve essere un ottimo studente, atleta, musicista, attore, pittore. Anche la sua capacità di apprendimento deve rientrare in uno standard predefinito, altrimenti è un perdente, un buono a nulla, un disadattato, un individuo disturbato, un inetto della società che va isolato, un mostro. Non si rispetta più il suo bisogno di capire, di osservare, di analizzare, perché anche l’insegnamento deve rientrare nel circuito vizioso del tempo e bisogna fare in fretta, apprendere alla velocità della luce tante nozioni, tanti numeri, tanti concetti. Alla fine non interessa a nessuno il sapere, non interessa a nessuno percepire i disagi dell’adolescente che chiederebbe di essere ascoltato ed amato ed invece si sente tanto solo, indifeso e deluso dal comportamento dei grandi che avrebbero dovuto proteggerlo e sostenerlo nelle sue naturali paure.
Questa società si deve interrogare su cosa vuole costruire per le generazioni future, perché per ora sta soltanto distruggendo quello che di più sacro possa esistere: la Famiglia!
Uno Stato che si reputa democratico ha l’obbligo primario di salvaguardare il primo importante Istituto giuridico dentro il quale prendono vita le dinamiche comportamentali dell’individuo, del Minore che diventerà l’Uomo del domani, sintesi del suo trascorso psicologico- affettivo e culturale. Un grande Uomo è stato un bambino amato e curato fisicamente e mentalmente all’interno della propria Famiglia; a sua volta sarà lui stesso capace di amare e di relazionare con i propri simili, in un armonico equilibrio di energie positive con la natura, solo perché glielo hanno insegnato.
Soprattutto negli ultimi anni, invece, abbiamo assistito ad un susseguirsi di politiche sulla Famiglia ed in modo particolare sull’Infanzia del tutto inesistenti; di contro si è preteso un maggiore impegno per aumentare a dismisura la produzione, ed ora ne paghiamo lo scotto. Il messaggio mediatico di questi anni è stato: "produrre ricchezza materiale per essere felici", apparire e possedere a discapito dell’essere e col tempo l’uomo si è smarrito e con lui tutti i valori etici-morali che costituiscono i presupposti di una società sana ed equilibrata.

Simonetta Rubinato (deputato a Montecitorio) e Carlo Silvano

Il concetto di Libertà tanto caro ad una Democrazia e di cui il libro di Carlo Silvano traccia i contenuti in tutte le sue sfumature, si è trasformato in licenza di fare ciò che si vuole, impotenti a far rispettare le regole, perché in tanti fanno fatica a rispettarle! In questo marasma generale siamo Liberi reclusi, incapaci di interagire con culture diverse che i tempi ci invogliano ad incontrare, perché siamo vuoti dei Valori che appartengono alla nostra Storia. Siamo avvelenati dall’idea malsana che il Bello equivarrebbe a Detenere il Potere, non importa se con mezzi illeciti ed immorali. In questa idea malata di società, il nemico da combattere diventa l’intruso, il diverso, colui che fa paura con la sua presenza, perché non siamo in grado di combattere il vero ostacolo che si trova dentro di noi. Non siamo in grado di combattere la nostra pigrizia perché disabituati a farlo, a discapito delle battaglie condotte dai nostri antenati.
Non ci rendiamo conto che mentre noi siamo distratti da altro, una parte dei nostri ragazzi interagisce con coetanei che provengono da altre culture, condividendo con loro esperienze negative. Molto spesso sono i nostri ragazzi ad utilizzare come manovalanza quelli che noi ci ostiniamo a definire i nostri nemici, per commettere spaccio di droga, furti, violenze su persone e cose. I figli del benessere condividono esperienze criminali con i figli dei disadattati, degli ultimi, dei diversi, del nemico da combattere. La nostra ottusità non libera la mente da preconcetti tanto errati e dannosi da ostacolare una sana politica di salvaguardia dei nostri valori che sappia esprimere l’accoglienza, convinti come siamo che riusciremo a vivere bene solo isolandoci, perché ci reputiamo migliori, perché siamo convinti di essere una razza superiore.
Eppure sono i nostri figli, quelli della razza superiore, che incontriamo all’interno delle mura dell’Istituto penale dei minorenni del Triveneto in compagnia degli altri, i figli dei nemici da combattere, quelli che bisogna scacciare perché delinquenti, perché pezzenti. Sono insieme, stavolta, a condividere un’esperienza che potrebbe segnare la svolta, perché potrebbe favorire il loro ingresso nella Società Civile come Cittadini liberi, in grado finalmente di concorrere al progresso materiale e spirituale della comunità, ognuno secondo la propria possibilità e la propria scelta.


don Pietro Zardo (a destra), cappellano del carcere maggiore di Treviso

Se solo lo Stato ci credesse!
Carlo Silvano è riuscito a trasmettere la passione con cui si opera all’interno dell’Ipm e a centrare i Principi fondamentali che rendono uno Stato credibile: certezza della pena, salvaguardia della vittima e recupero del reo vanno sostenuti in modo che l’uno non escluda l’altro!
E’ necessario credere nel recupero di questi ragazzi, perché la salvezza di ognuno di loro segna la vittoria dello Stato. Per raggiungere quest’obiettivo serve un lavoro sinergico delle Forze istituzionali, affinché gli obiettivi raggiunti dagli uni non vengano inficiati dall’inerzia degli altri.
Il libro "Liberi reclusi" di Carlo Silvano racconta molto bene di quanto sia difficile per i giovani detenuti dell’Ipm, abituati ad una vita sregolata, dover obbedire a direttive rigide di scolarizzazione e di solidale condivisione di intenti. Non è facile raccontare la verità sulle proprie esperienze passate e dover ammettere i propri errori; non è facile lavorare su se stessi per riemergere dal nulla. Loro che pagano le conseguenze della non-responsabilità di chi non li ha amati, hanno l’onere di ammettere la propria responsabilità personale per ciò che hanno commesso, perché solo così avranno una concreta possibilità di cambiare pagina. Anche la menzogna fa parte del loro agire: beccati a commettere reati dalle Forze dell’Ordine, negano spudoratamente ogni addebito, assumono atteggiamenti di chiusura e di disprezzo, agiscono in modo scorretto aggravando la loro posizione, perché hanno imparato a vivere in questo modo; le loro vite son state segnate da trascorsi di violenza che col passare del tempo racconteranno, liberando finalmente la mente dai tormenti che han segnato le loro scelte sbagliate. Il percorso riabilitativo richiede sacrificio, tempo e strumenti, ma non può precludere l’espiazione della pena che uno Stato di diritto dovrebbe imporre, perché non c’è somma di danaro sufficiente a ripagare la Vittima e a ristabilire il valore dei beni tutelati dal nostro ordinamento, lesi dal comportamento illecito del reo.
Gli operatori delle Forze dell’ordine, quelli dell’Ipm, i volontari, i sacerdoti sono chiamati, ognuno per le proprie competenze, ad occuparsi di un compito di alto valore sociale, di cui si parla pochissimo.
Si sta parlando di professionisti che adottano la Legalità delle loro azioni e dei loro comportamenti come arma vincente per stravolgere completamente in positivo la vita di questi ragazzi-detenuti; impegno, questo, che dovrebbe ottenere un riconoscimento da parte della politica nazionale, con provvedimenti a loro favore.
La sicurezza e la prevenzione sono temi così importanti che meriterebbero di essere trattati con programmi a lungo termine, per produrre effetti positivi; invece fino ad oggi abbiamo visto solo proclami di campagna elettorale. Le conseguenze di questa scelta irresponsabile hanno prodotto disaffezione dalla legge, insicurezza del cittadino, debolezza del Diritto. Si ha la percezione che strumentalizzando l’informazione, volgarizzando i dibattiti, bastonando la cultura, si voglia orientare le scelte del cittadino verso un nostalgico periodo, non tanto lontano, che vedeva regnare la sicurezza di pochi a discapito del silenzio dei molti!
Buona fortuna, Ragazzi!
Grazie Carlo Silvano!
Rosa Passarelli
(Consigliere Provinciale del Sindacato Autonomo della Polizia di Stato)


Carlo Silvano, “Liberi reclusi. Storie di minori detenuti”, prefazione di Simonetta Rubinato, Edizione del noce, terza edizione 2012, pp. 104, euro 10, isbn 88 87555 83 4.