Pagine

martedì 29 marzo 2016

Villorba, La comunità parrocchiale è vicina ai detenuti

Oggi a don Pietro Zardo, cappellano del carcere di Treviso, ho consegnato diversi scatoloni di materiale per l'igiene personale raccolti durante le festività pasquali nella parrocchia di Villorba a beneficio dei detenuti del carcere.
E' un segno di attenzione e di fiducia che tante persone semplici vogliono riporre in chi ora sta in una cella a "pagare" il proprio conto con la giustizia.

venerdì 13 febbraio 2015

A Vascon di Carbonera

Sono da poco rientrato da Vascon di Carbonera: in canonica ho incontrato un gruppetto di adolescenti che si sta preparando per il sacramento della Confermazione. Su invito del loro parroco ho descritto sia la realtà del carcere maggiore che dell'istituto penale dei minorenni di Treviso, e insieme ci siamo soffermati su una frase detta da un detenuto: "I soldi facili sono belli, ma durano poco". Alla fine dell'incontro i ragazzi hanno preparato una preghiera che reciteranno domenica durante la S. Messa.


venerdì 28 febbraio 2014

Dosson, La parola ai volontari

Ho ricevuto e propongo la testimonianza che segue.

Abbiamo assistito con piacere ed interesse all’incontro che Carlo Silvano ha tenuto recentemente nella parrocchia di Dosson di Casier. Attraverso la sua testimonianza ed un filmato ci ha fatto conoscere la realtà del carcere di Treviso soprattutto per quanto riguarda la struttura che ospita i maggiorenni. Noi abbiamo puntato la nostra attenzione soprattutto sulla struttura limitrofa, vale a dire l’Istituto minorile e l’abbiamo fatto in quanto volontari che sono giunti al secondo anno della loro esperienza con un progetto di lettura a favore degli ospiti dell’istituto. Possiamo dare, quindi, una breve testimonianza di come stiamo vivendo il nostro approccio con questi ragazzi.
La prima cosa che ci ha colpito, ben consapevoli della gravità dei loro comportamenti che di conseguenza li hanno portati lì, è stato comunque scoprire che si tratta di ragazzi come tanti altri che incontriamo al di fuori di quelle mura. Anzi, spesso più educati di certi loro coetanei. Abbiamo trovato di tutto, dagli analfabeti o sedicenti tali, a chi frequenta con grande profitto le scuole superiori. Purtroppo o per fortuna (meglio per loro in questo caso) la conoscenza che abbiamo di loro non è accentuata per il fatto che molti non sono lì che per brevi periodi. Del resto non è nostro compito quello di socializzare, anche se è umano, bensì quello di seminare piccoli chicchi di cultura facendo loro capire che la lettura è uno strumento potentissimo e potrebbe loro servire nel cammino della vita.



Mentre, da quello che abbiamo capito, nel carcere dei maggiorenni spesso c’è il problema di tirare sera, nella struttura minorile, ci sembra sia un rischio molto minore. I ragazzi hanno scuola la mattina ed una serie di attività pomeridiane (compreso la nostra) come ad esempio il giornalino, il laboratorio di grafica o quello di cucina, che li tengono impegnati.
Per quanto abbiamo potuto vedere poi sia gli educatori che le guardie hanno un atteggiamento molto positivo con gli stessi, trattandoli come un buon padre tratterebbe i propri figli.
Certo stiamo sempre parlando di un carcere e di ragazzi che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro errori, la libertà non ha prezzo, ma bisogna anche capire il contesto sociale dal quale vengono fuori. Spesso il concetto di male non è radicato per niente, quindi le loro azioni sono soltanto la conseguenza di una filosofia di vita che è stata loro imposta e che per loro, non avendo possibilità di un’alternativa, è l’unica con cui fare i conti. Probabilmente estrapolati da questo contesto, ed in una situazione di famiglia normale, il loro percorso di vita sarebbe stato molto diverso, visto i positivi esiti scolastici che qualcuno riesce a raggiungere.
Il detenuto che una volta uscito riesce a trovare lavoro ha una possibilità molto bassa di recidiva, motivo in più perché al di fuori ci siano strutture che possano dare un aiuto concreto a giovani che altrimenti corrono il rischio di tornare a delinquere.
E, specie con certi ragazzi che abbiamo conosciuto, questo sarebbe veramente un grosso peccato e vorrebbe dire che la società in cui viviamo ha fallito. Un motivo in più di riflessione che rilanciamo verso chiunque abbia voglia di confrontarsi con una realtà scomoda, ma pulsante dietro spesse mura di pietra.

Miriam e Pierluigi


martedì 25 febbraio 2014

Dosson, un commento di Chiara Brescacin

DOSSON - Le parole con cui Carlo Silvano ha illustrato la casa circondariale e l'istituto penale dei minorenni di Treviso e i dati forniti dal dott. Giovanni Borsato, hanno permesso all'uditorio di entrare nella realtà di una vita quotidiana reclusa; le immagini di un video hanno completato l'esperienza, rompendo il tabù di un luogo che per motivi di sicurezza sociale nasce come impenetrabile, anche alla vista.

A fronte di quanto sentivo e vedevo mi sono subito accorta che al carcere di Santa Bona collegavo solo la sua immagine esterna, percepita dalla strada o trasmessa dai media e, a differenza di altri luoghi comunitari chiusi alla vista per motivi di sicurezza - come le caserme, per esempio - non avevo mai pensato a quali attività vi si potessero svolgere, di come una persona vi trascorresse la giornata, detenuto o operatore. 

E' bastato però lanciare la proposta di discussione, grazie alla disponibilità di Silvano, per suscitare l'intervento di persone già sensibili a questo tema che desideravano condividere con altri un'esperienza di volontariato e una cura per la vita delle persone dietro le sbarre.







Queste persone sono divenute testimoni accanto a voi che l'interesse dell'opinione pubblica per i detenuti deve andare al di là del momento della condanna o dell'eventuale fuga - noi nei media sentiamo parlare soprattutto di questo, quasi che una volta dentro le mura la vita fosse sospesa o si potesse affidare in toto all'apparato statale - e affiancare gli addetti ai lavori nel percorso di difficile riabilitazione dei detenuti alla vita in società, durante e dopo la carcerazione.

Sulla strada di un dibattito pubblico sul tema che si basi su una opportuna conoscenza e sia in grado di sostenere e affrontare le effettive necessità della realtà carceraria, sicuramente l'incontro di sabato 15 febbraio ha permesso ai presenti - di certo a me - di fare un piccolo passo in avanti.

Un sentito ringraziamento, anche a nome del Gruppo Biblioteca Parrocchia di Dosson, e buon lavoro a tutti per quest'opera di sensibilizzazione!

Chiara Brescacin




lunedì 24 febbraio 2014

Dosson, Un commento di Alessandro Gheno


In merito all'incontro di Dosson, ho ricevuto e propongo il seguente commento:

Ritengo che l'opera di informazione e sensibilizzazione della cittadinanza sulla realtà carceraria in generale, e in particolare di quella presente nel nostro territorio, sia tanto difficile quanto importante.
Le persone che vivono recluse dovrebbero essere considerate parte integrante del corpo sociale e dovrebbero poter avvertire questo. Che ciò avvenga è interesse di tutti, e non dipende certamente da una visione giustificazionista del fenomeno criminoso. Infatti, come Carlo Silvano osservava nel suo intervento, gran parte dei detenuti tornerà prima o poi in società e dovrebbe essere preoccupazione di tutti che questo ritorno avvenga in condizioni tali da favorire in loro la volontà di progettare la loro parte rimanente di vita nel 
rispetto degli altri.
Un sistema carcerario che sia in grado di consentire ai detenuti un rapporto con la società esterna contribuisce ad evitare il sorgere di dinamiche psicologiche di rabbia repressa, capaci di scatenare al termine del periodo di reclusione il ritorno a una volontà rea. Significativa in proposito ritengo sia stata l'intervista a un detenuto proposta durante l'incontro, nella quale egli esprimeva l'esigenza di sentire che nella cittadinanza non vi sia unicamente un atteggiamento di repulsione e di ostilità nei confronti dei soggetti carcerati: la percezione di un atteggiamento non prevenuto e ostile nella collettività contribuisce, a suo parere, a favorire una risocializzazione e ad orientare la persona ristretta, una volta liberata, a non vedere il mondo esterno come un nemico al quale tornare a nuocere.

Alessandro Gheno

lunedì 17 febbraio 2014

Dosson, incontro nella biblioteca parrocchiale

Sabato scorso - a Dosson (Treviso) - ho avuto modo di descrivere la realtà del carcere maggiore di Treviso e dell'istituto penale dei minorenni del Triveneto. 
Tra i punti toccati anche la proposta di "svuotare" le carceri avanzata da alcuni politici. Proposta che, a mio avviso, non si può accogliere perché se è vero che in diversi contesti le condizioni dei detenuti sono disumane, è anche vero che non esistono sul territorio idonei centri di accoglienza per i tanti reclusi, i quali, una volta liberati, tornerebbero facilmente nel circuito criminale. 
Altri punti trattati hanno riguardato la "cella" (ovvero il mondo del recluso), le sofferenze delle vittime, le privazioni dei familiari dei detenuti, nonché il ruolo dei volontari. Questi ultimi possono rendere trasparenti le mura delle carceri del nostro Paese, in quanto sono nelle condizioni di organizzare - in parrocchie e centri culturali - incontri pubblici per far conoscere la vita che si conduce nei penitenziari.