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da "Il Gazzettino", edizione di Treviso, p. III

Venerdì 21 Agosto 2009,

(Antonella Federici) Uscirà ai primi di settembre il libro in cui don Pietro Zardo, cappellano delle carceri di Treviso, racconta la sua esperienza a Carlo Silvano, direttore della collana "Questioni di identità" della Edizioni OGM; Silvano è autore di altre pubbicazioni.
Il testo sotto riportato è preso dalla bozza definitiva del libro, ed è stato scelto con riguardo in particolare al territorio trevigiano e ai rapporti di don Zardo con i detenuti qui presenti e con fatti avvenuti nella Marca.
Molto altro nel testo riguarda invece più vaste questioni di religione e di avvicinamento di un prete cattolico alla massa di detenuti che viene da molte parti del mondo e da "credi" assolutamente diversi tra loro, a volte lontanissimi dalla chiesa, religione ufficiale dello Stato italiano.
L’insieme dello scritto che è uscito dalla lunga "intervista" è molto interessante: un raro contributo che può servire come informazione a tutti, ma anche come conforto alle famiglie. Treviso è un carcere noto per la severità delle sue regole ma anche per la tranquillità in cui i detenuti vi possono soggiornare.

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IN CARCERE CONTA SOLO SOPRAVVIVERE

[...]

Qual è la media annua delle presenze in carcere?
«Per i primi mesi del 2009 abbiamo una media di circa 300 persone. Se li confrontiamo con i dati del mese di gennaio 2007, quando i reclusi erano 159, possiamo dire che le presenze sono raddoppiate».

Ma il carcere di Treviso quanti detenuti può ospitare?
«È una struttura che, in base alle autorizzazioni rilasciate dal ministero, può ospitare 128 reclusi. È chiaro che, man mano che i detenuti aumentano, lievitano anche i problemi, dovuti soprattutto agli spazi, sia per quanto riguarda le celle che le aree comuni. Soprattutto nella stagione calda gli ambienti dei reclusi diventano insopportabili per il mancato circolo di aria fresca. A causa del caldo soffocante, dell'aria impossibile da respirare per i cattivi odori, e degli ambienti chiusi e ristretti, ci sono giorni in cui ai detenuti sembra di vivere in un luogo infernale».

[...]

Sono molti i detenuti immigrati?
Nella Casa circondariale di Treviso gli stranieri rappresentano circa il 70 per cento della popolazione carceraria. La maggior parte viene dal Nordafrica, con un senso quasi di avventura. Ci sono invece persone che provengono dal Centrafrica portandosi dietro la realtà tipica dei loro Paesi di origine, come guerre, carestie, epidemie e fame; scappare è la loro unica carta da giocare per evitare una morte certa nel proprio Paese. Perciò preferiscono affrontare l'interrogativo che si cela dietro un lungo viaggio: sono consapevoli, ad esempio, che quando attraverseranno il deserto del Sahara, si troveranno a camminare ai lati di una lunga scia di cadaveri umani, cioè di persone -come bambini e donne- che sono morte di stenti. Non mancano persone dell'Est Europa e anche dell'America Latina. Ci sono situazioni veramente limite, come quella di un algerino che, uscito dal carcere dopo aver scontato la pena per aver commesso un furto, ne ha commesso subito un altro per poter rientrare, altrimenti, avendo il foglio di via, avrebbe dovuto tornare nel proprio paese, dove avevano già dato fuoco al fratello. La persecuzione purtroppo è un dato di fatto in quello come in altri Paesi africani. Il diritto di asilo dunque non viene esercitato e riconosciuto sempre».

In carcere finiscono anche gli innocenti?
«Nella mia esperienza di cappellano al carcere di Treviso mi sento di poter mettere la mano sul fuoco solo sul caso di una persona condannata per omicidio. Nell'estate del 1999 un 52enne viene trovato morto nella propria abitazione, col corpo che presentava numerose ferite provocate con un'arma da taglio. La vittima era stata sgozzata. Una moglie, amante della vittima, accusò il marito e nel giro di qualche giorno gli investigatori ritennero chiuso il caso: l'omicida avrebbe agito perché spinto dalla gelosia. Ma lui si è sempre professato innocente: la decisione dei giudici merita rispetto, ma leggendo le carte processuali emergono diversi interrogativi. Ecco, era un uomo delle nostre terre che, pur sui cinquant'anni, ragionava con la sapienza che ancora esiste in certi ambienti rurali e che non mi sembrava affatto colpevole. Mi stupiva per certe sue citazioni che mi facevano riandare a come la gente un tempo si esprimeva. Diceva: “Io comunque ogni sera e ogni mattina prego per chi mi ha mandato qua dentro”».

Attualmente quali sono le forme di volontariato che operano nel carcere di Treviso?
«Si è cominciato da un volontariato centrato intorno alla scuola, poi la parte scolastica è stata assunta dagli istituti statali del territorio. C’era un volontario che faceva la lettura critica dei giornali. Nel carcere minorile c’è poi un volontariato molto attento a gestire gli spazi vuoti di tempo. Vogliamo sviluppare appuntamenti dedicati, ad esempio, alla musica, perché aiutano a “sgonfiare” la tensione».

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