Responsabilità senza sconti: perché la riforma sull’imputabilità dei minori rafforza la giustizia e tutela i giovani
Responsabilità senza sconti:
perché la riforma sull’imputabilità dei minori
rafforza la giustizia e tutela i giovani
Il recente disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri che modifica la disciplina dell’imputabilità dei minori tra i quattordici e i diciotto anni rappresenta una delle riforme più significative degli ultimi anni nel campo della giustizia minorile. La novità non consiste nell’abbassamento dell’età dell’imputabilità, che resta fissata a quattordici anni, né nell’inasprimento delle pene. Il cambiamento riguarda invece un principio processuale: la capacità di intendere e di volere del minore sarà presunta, salvo che venga dimostrato il contrario nel corso del procedimento.
Si tratta di una scelta che merita di essere sostenuta perché cerca di adeguare il sistema giudiziario a una realtà sociale profondamente cambiata. I ragazzi di oggi crescono in un contesto molto diverso rispetto a quello di alcuni decenni fa. Hanno accesso fin dalla prima adolescenza ai social network, utilizzano strumenti tecnologici sofisticati, conoscono il valore del denaro, sono perfettamente in grado di organizzare incontri, pianificare azioni e, in alcuni casi, perfino coordinare attività criminali attraverso le piattaforme digitali. Sarebbe quindi contraddittorio riconoscere loro una piena capacità nelle relazioni quotidiane e negare, quasi automaticamente, la possibilità che comprendano la gravità delle proprie azioni quando commettono un reato.
La riforma non introduce una presunzione assoluta di colpevolezza. Al contrario, mantiene intatta la possibilità di dimostrare che un determinato minore, per ragioni psicologiche, psichiatriche o legate al suo sviluppo, non fosse realmente capace di intendere e di volere. Cambia semplicemente il punto di partenza dell’accertamento giudiziario, invertendo l’onere della prova. Rimane quindi pienamente garantito il diritto alla difesa e il giudice conserva il compito di valutare ogni singola situazione sulla base delle prove raccolte.
Questa impostazione appare coerente anche con il principio di responsabilità personale che costituisce uno dei pilastri della convivenza civile. Una società che attribuisce diritti sempre più ampi agli adolescenti non può, nello stesso tempo, considerarli incapaci di comprendere il significato delle proprie condotte ogni volta che esse assumono rilevanza penale. Educare significa anche insegnare che ogni libertà comporta conseguenze e che ogni scelta produce effetti sugli altri.
Negli ultimi anni l’opinione pubblica è stata scossa da numerosi episodi di violenza commessi da gruppi di giovanissimi: aggressioni gratuite, rapine, pestaggi, atti di bullismo trasformatisi in tragedie e vere e proprie bande giovanili che operano con modalità sempre più organizzate. Proprio questo fenomeno della delinquenza minorile crescente è stato richiamato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio come una delle ragioni dell’intervento legislativo.
Sostenere questa riforma non significa rinunciare alla funzione educativa della giustizia minorile. Al contrario, responsabilità ed educazione devono procedere insieme. Il giovane autore di un reato ha certamente bisogno di percorsi di recupero, sostegno psicologico e reinserimento sociale, ma tali strumenti risultano credibili soltanto se accompagnati dal riconoscimento delle responsabilità personali. Una risposta esclusivamente assistenziale rischia, infatti, di trasmettere il messaggio che la minore età costituisca una sorta di scudo dietro il quale nascondersi.
È importante sottolineare che la riforma non mette in discussione i principi fondamentali del processo minorile italiano, che continua a privilegiare il recupero della persona rispetto alla mera punizione. L’obiettivo dichiarato dal Governo è quello di evitare che l’accertamento della capacità di intendere e di volere diventi un passaggio quasi automatico favorevole all’imputato, rendendo invece necessario dimostrare concretamente l’eventuale incapacità.
Anche le vittime meritano attenzione. Ogni reato produce sofferenze che non diminuiscono perché l’autore è minorenne. Una giustizia equilibrata deve saper tutelare i diritti dell’imputato senza dimenticare quelli di chi ha subito violenza, aggressioni o intimidazioni. In questo senso la riforma cerca di rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, riaffermando che nessuno può considerarsi sottratto alle conseguenze delle proprie azioni.
Naturalmente nessuna legge, da sola, potrà risolvere il problema della criminalità giovanile. Servono famiglie più forti, una scuola capace di educare al rispetto, quartieri sicuri, attività sportive e culturali accessibili, oltre a un’efficace prevenzione del disagio. Tuttavia, anche il sistema giudiziario deve trasmettere un messaggio chiaro: la responsabilità personale è parte integrante del percorso di crescita.
La scelta del Governo va letta proprio in questa prospettiva. Affermare, come ha dichiarato il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che “chi sbaglia deve rispondere delle sue azioni, anche se minorenne”, non significa criminalizzare i giovani, ma riconoscere la loro dignità di persone capaci di compiere scelte consapevoli. Una giustizia che educa è una giustizia che responsabilizza; una giustizia che deresponsabilizza rischia invece di favorire l’indifferenza verso il male compiuto.
In definitiva, la nuova disciplina appare come un tentativo di ristabilire un equilibrio tra tutela del minore, sicurezza collettiva e rispetto delle vittime. È una riforma che non elimina le garanzie processuali, ma adegua il diritto ai cambiamenti della società contemporanea, riaffermando un principio essenziale: crescere significa anche imparare a rispondere delle proprie azioni.
(Carlo Silvano)
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