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Treviso, balli e video dietro le sbarre


 Balli e video dietro le sbarre:

la festa in carcere che interroga

giustizia e rieducazione

TREVISO – Un video girato all’interno del carcere di Santa Bona ha riacceso il dibattito sul significato della pena e sul funzionamento del sistema penitenziario italiano. Le immagini, diffuse sui social e successivamente acquisite dagli investigatori, mostrerebbero alcuni detenuti coinvolti nel procedimento giudiziario per l’omicidio di Francesco Favaretto mentre cantano, ballano e si riprendono con uno smartphone all’interno della struttura. Secondo quanto emerso, nel filmato vi sarebbero anche riferimenti alla scarcerazione o al ritorno in libertà di alcuni compagni.

La vicenda ha provocato indignazione nell'opinione pubblica, soprattutto perché i protagonisti del video risultano detenuti per fatti estremamente gravi. A colpire non è soltanto il clima di apparente spensieratezza mostrato nelle immagini, ma anche la disponibilità di un telefono cellulare all'interno del carcere, circostanza che ha immediatamente aperto interrogativi sui controlli e sulla sicurezza dell'istituto penitenziario. Il dispositivo utilizzato per le riprese sarebbe stato successivamente consegnato alla polizia penitenziaria per gli accertamenti del caso.

L'episodio pone questioni che vanno oltre il singolo filmato. Da un lato emerge il tema del rispetto delle regole all'interno delle strutture detentive; dall'altro si ripropone il delicato equilibrio tra la funzione punitiva della pena e quella rieducativa prevista dall'ordinamento italiano. Un carcere non può trasformarsi in un luogo di privilegio né in uno spazio sottratto alle regole. Tuttavia, non può nemmeno rinunciare alla propria missione di recupero della persona detenuta.

In attesa che gli accertamenti chiariscano eventuali responsabilità e modalità con cui il cellulare sia entrato nell'istituto, il caso di Treviso rimane un simbolo delle contraddizioni che attraversano il mondo carcerario: da una parte la richiesta di rigore e sicurezza, dall'altra la necessità di percorsi concreti di reinserimento sociale.

La sofferenza delle vittime e delle loro famiglie impone sempre rispetto e sobrietà. Quando persone accusate o condannate per reati gravissimi vengono percepite mentre festeggiano in modo ostentato, il rischio è quello di trasmettere un messaggio di indifferenza verso il dolore causato. Anche se ogni individuo conserva la propria dignità, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni dovrebbe accompagnare ogni percorso di responsabilizzazione.

La rieducazione non coincide con il semplice trascorrere del tempo in detenzione. Significa acquisire senso critico, rispetto delle regole e comprensione del danno arrecato agli altri. Episodi come quello di Treviso sollevano una domanda importante: il carcere sta realmente favorendo un percorso di maturazione personale? La risposta non può limitarsi alla repressione disciplinare. Occorre investire in educazione, lavoro, formazione e responsabilizzazione, perché il vero successo del sistema penitenziario non è custodire una persona, ma restituirla alla società come cittadino migliore.

(Carlo Silvano)

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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla Libreria IBS: Libri di Carlo Silvano  


 


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