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Con don Pietro Zardo a Loreggia (Padova)


LOREGGIA (Padova) - Il tema delle carceri è da diverso tempo argomento di discussione sui giornali per il problema del sovraffollamento: in edifici costruiti per circa 46.000 detenuti sono stipati circa 66.000 persone: un metro quadrato ciascuno con i disagi che questo comporta, e non degni di una persona. Per questo motivo la Corte europea per i Diritti dell’uomo ha condannato l’Italia.
Sapevamo che don Pietro Zardo, un prete di Loreggia, lavora nel carcere di Santa Bona di Treviso e che la sua esperienza era stata raccolta in un libro, con la collaborazione dello scrittore Carlo Silvano, intitolato: “Condannati a vivere. La quotidianità dei detenuti del carcere di Treviso raccontata dal suo cappellano”. Ci è parso pertanto opportuno organizzare nella parrocchia di Loreggia un incontro per conoscere questa esperienza.
Lo scorso 22 marzo a Loreggia era presente anche Carlo Silvano, autore anche del libretto “Liberi reclusi, storie di minori detenuti”. Carlo Silvano ha introdotto il tema della serata ricordando i suoi incontri con i ragazzi dell’Istituto penale per minorenni del Triveneto con sede a Treviso; sono giovani, quasi tutti stranieri, cresciuti senza regole e che prendono coscienza di aver fatto qualcosa di grave solo quando si sentono le manette ai polsi. Una volta usciti dal carcere, comunque, molti di loro ritornano a commettere reati, soprattutto con lo spaccio di droga.
(nella foto da sx verso dx: Carlo Silvano, Silvano Fantinato e don Pietro Zardo)

Don Piero è cappellano del carcere di S. Bona di Treviso da 17 anni: qui cerca di accogliere, ascoltare, dare fiducia a persone distrutte da esperienze ed azioni negative. Nel suo intervento, don Pietro ha tracciato la fisionomia delle persone presenti in carcere.
Anzitutto ci sono tanti giovani (130 su circa 300 detenuti): generalmente sono spacciatori e consumatori di droghe, da cui difficilmente si liberano e si trovano a 40 anni fisicamente distrutti. Di solito sono figli di famiglie rovinate dalle divisioni, dalle violenze fisiche e psichiche.
Ci sono poi gli immigrati, alcuni dei quali vengono da zone di guerra (Afghanistan, Iraq, Paesi africani, ecc.), che nel tragitto hanno subito umiliazioni e violenze.
Una categoria particolare sono i giostrai, un mondo violento e impenetrabile, di stile mafioso.
Ci sono, infine, coloro che vivono ai margini della società, i barboni, che sono dentro per piccoli furti.
(il pubblico presente nella sala dell'oratorio a Loreggia)

Come si vive in carcere? Quali sono i problemi?
Don Piero ha elencato alcune situazioni. Anzitutto il sovraffollamento: vivere in cella 20-22 ore al giorno in uno spazio di un metro quadrato per persona è molto duro e per nulla dignitoso.
Difficile è la convivenza: in carcere ci sono persone di 34 Paesi del mondo e questo dice quanto sia complicato convivere con persone di culture e comportamenti diversi; ci sono anche detenuti con problemi psichici.
Molto varia è la tipologia di reati: si va dai furti agli omicidi più efferati.
In queste condizioni una persona è spogliata della sua identità e dignità e vive con più difficoltà i problemi della vita (malattia o morte di persone care, separazione dalla moglie e dai figli…).

Cosa si fa in carcere?
Don Piero cerca di avere buone relazioni con le persone per incoraggiarle a riprendere in mano la propria vita, a tirar fuori il buono che è in loro.
C’è anche l’impegno da parte della Direzione del carcere di togliere dall’ozio delle brande gli ospiti mediante attività scolastiche, che li aiuta a prendere coscienza di quello che sono, e lavorative in piccoli laboratori; il lavoro non solo li impegna alcune ore, ma permette loro anche di guadagnare qualcosa per la famiglia.

Don Piero ha concluso con un paio di osservazioni. La società esterna fatica a comprendere la realtà del carcere; ma è compito suo prendersi cura anche di esso, perché è una struttura sociale con lo scopo di restituire delle persone recuperate nella loro dignità.
Purtroppo non tutti ce la fanno e ritornano indietro. Però, dice don Piero, dobbiamo avere con loro lo stesso atteggiamento del Padre misericordioso della parabola evangelica, che non si stanca di voler bene al figlio perduto.

Alla fine il sindaco Fabio Bui, interpellato sulla situazione della popolazione loreggiana, ha risposto che Loreggia non è né migliore, né peggiore di altri paesi; sono diminuite le denunce di furti, ma resta alta la percezione di paura, perché molte famiglie sono già state visitate dai ladri. Riferendosi ad una precedente serata sugli stili di vita, Fabio Bui ha auspicato che uno stile di vita sobrio, legale e virtuoso in un contesto di collaborazione tra istituzioni e associazioni, possa prevenire fenomeni criminosi.

In conclusione, don Piero ci ha aperto le porte del carcere e, speriamo, anche la porta della nostra mente per comprendere e la porta del nostro cuore per accogliere una realtà che ci interpella, sia come cittadini e tanto più come cristiani. (a cura di Silvano Fantinato)

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